
La presidenza di Assicurazioni Generali è sicuramente una delle cariche più importanti d’Italia e d’Europa. Una presidenza per Geronzi o per Perissinotto potrebbe cambiare infatti molte cose negli equilibri del potere finanziario nazionale e internazionale. Il Leone di Trieste è una compagnia assicurativa che macina denaro da un secolo e mezzo, che produce utili da 1,3 miliardi di euro e ha un giro d’affari da oltre 90,6 miliardi.
Generali ha anche il più grande patrimonio immobiliare d’Italia dopo quello dello Stato e rappresenta una vera e propria cassaforte dei risparmi italiani. Alla Repubblica è molto concretamente legata dal suo portafoglio di titoli di Stato, ma anche dalla partecipazione di peso (il 4,46%) della Banca d’Italia.
Si tratta ovviamente solo dei primi esempi che vengono in mente, perché la terza compagnia assicurativa d’Europa e la quinta del mondo, pur essendo una compagnia assicurativa privata, ha per la sua natura e per le sue dimensioni, un ruolo sistemico fondamentale in Italia e in Europa.
Nelle zone di influenza di Generali si distinguono aree tedesche che provengono a monte da Unicredit (partecipata al 2% da Allianz) che in Germania e in Europa dell’Est è un gruppo di peso. A valle le partecipazioni di Generali in Commerzbank (il Leone di Trieste ha il 5% della tedesca che però ha una quota in Mediobanca) e nell’1% della tedesca Munich Re. I legami con l’Est europeo, la cultura e la storia mitteleuropea di Trieste e della stessa Compagnia Generali rinsaldano rapporti storici non trascurabili con Berlino.
L’anima francese ha forse un peso anche maggiore come dimostra il ruolo chiave di Vincent Bolloré nella partita per la presidenza del Leone e il fatto che la presidenza del gruppo triestina sia del francese Antoine Bernheim, un vecchio amico di Nicolas Sarkozy. In pratica fra azioni dirette di Bolloré e del francese Groupama si arriva a circa il 10% di Mediobanca, la banca italiana che sostanzialmente controlla Generali con una quota del 14,7 per cento. Va sicuramente ricordata, in questo contesto, la cessione di Nuova Tirrena a Groupama. Sono cose che si vedono anche nel bilancio: la raccolta netta vita di Generali in Francia è di 5,8 miliardi, in Germania di 4 miliardi e in Italia di 1,18 miliardi.
D’altra parte il peso degli azionisti stranieri nel salotto buono della finanza italiana è in crescita da tempo. Pochi per esempio hanno evidenziato l’intervento di BlackRock, uno dei più importanti hedge fund del mondo con legami importanti con Merrill Lynch (Bank of America) e Barclays, nel gotha della finanza italiana. Attualmente BlackRock ha il 3,8% circa di Unicredit, il 3% circa di Mediobanca e un altro 3% di Generali (più dei Drago della De Agostini e di Caltagirone): sicuramente dice la sua anche lei.
Se poi si vuole tornare in Italia, è difficile trovare dei grandi gruppi industriali o finanziari che con il tandem Mediobanca-Generali non abbiano rapporti importanti o addirittura imprescindibili. Basti ricordare che le due in pratica controllano Telecom tramite Telco, che in Atlantia Generali ha una partecipazione del 3,3% che le partecipazioni in Rcs di Mediobanca e del Leone in pratica assicurano il controllo del Corrierone a questo blocco finanziario.
Si potrebbero citare ancora i casi di Pirelli, di Gemina, di Impregilo e molti altri ancora. Generali poi si trova nella situazione di essere controllata indirettamente da Unicredit e di essere azionista importante di Intesa Sanpaolo, agisce dunque (per il momento) da cerniera tra le due maggiori banche d’Italia.
Lo stretto legame del gruppo con Mediobanca è parte integrale del ruolo di arbitro che questa ha nella finanza italica, non a caso tra Piazzetta Cuccia, Piazza Cordusio e Piazza Duca degli Abruzzi (ivi la sede triestina del Leone) rimpallano manager come Ligresti, Tronchetti Provera, Caltagirone, Marco Drago e molti altri ancora.
Adesso, fresco di proscioglimento per il caso Eurolat, Cesare Geronzi si presenta per la carica di presidente. L’alternativa ancora solida è quella di un manager più “industriale” e meno “relazionale” alla Perissinotto. Il tavolo di un accordo sembra ancora ampio, anche se probabilmente i giochi sono già fatti e, meglio di un George Duroy dell’Alta Finanza, l’ex numero uno del Banco di Roma che salvò Mediaset dal fallimento potrebbe volare nell’Empireo del potere vero. Con qualche soddisfazione per chi fa della sua italianità un discrimine importante.


